Arte ed esclusiva

Ciascuno di noi ha un rapporto individuale con l’arte. In passato era un piacere riservato a pochi; nel corso del ventesimo secolo si sono affermati dei movimenti artistici che per programma si opponevano a questa idea elitaria di arte.

Un esempio è la pop art degli anni ’50 in Inghilterra, e soprattutto degli anni ’60 negli USA. Artisti come Robert Rauschenberg o Jasper Johns l’hanno avviata, e soprattutto i più celebri come Roy Lichtenstein e Andy Warhol l’hanno divulgata tra il grande pubblico.

Perché proprio questo era lo scopo del movimento, già dal nome, l’arte popolare. Opere come le scatole di zuppa Campbell’s, di Warhol, o Happy Tears di Lichtenstein sono state riprodotte in milioni di esemplari e apprezzate da estimatori di ogni genere; molti le hanno appese alle pareti della propria casa, facendone delle opere “popolari” nel senso stretto del nome.

Quasi per opposizione contro questa estrema divulgazione, si è affermato al tempo stesso un modo opposto di concepire l’arte. Possiamo dire che si è “riaffermato”, perché di fatto è una sorta di ritorno alle origini: l’arte come esclusiva.

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L’esclusiva all’origine: talento e tecnica.

Galleristi e critici d’arte hanno contribuito a diffondere un concetto di arte svincolato dalla necessità di riprodurre la realtà.

Fino a tutto il diciannovesimo secolo, nelle arti figurative si dava per scontato che talento e tecnica dovessero servire a raffigurare la realtà. Ci sono stati casi isolati di autori che hanno scelto di dipingere scene più o meno surreali, da Hieronymus Bosch, al Füssli de L’incubo; ma talento e tecnica non sono mai stati in discussione.

Dalla fine del diciannovesimo secolo, l’arte figurativa si è andata via via distaccando dalla fedele rappresentazione della realtà.

Hanno iniziato artisti come Edvard Munch, un pittore che aveva già dato prova di una buona capacità creativa classica, e che nel suo famosissimo Urlo sceglie volutamente un segno infantile per rappresentare l’angoscia profonda.

Gli artisti che hanno “sganciato” l’arte dalla realtà – da Munch a Kandinsky, Mondrian, Klee, fino a Pollock e oltre – venivano tutti da un percorso artistico tradizionale, dimostrando talento e tecnica.

Con il passare degli anni sono stati seguiti da altri artisti, che si sono allontanati sempre più dal percorso classico. Alcuni di questi erano certamente persone di talento. Altri danno l’impressione di aver pensato che in fondo, se il tale grande artista compone un’opera sgocciolando il colore sulla tela, allora posso fare lo stesso anch’io e sono anch’io un grande artista.

A questo punto potresti farti una domanda.

Quello che una volta era un percorso riservato a pochi, che dovevano dimostrare di avere innanzitutto talento, studiare ed esercitarsi a lungo per impadronirsi della tecnica, diventa alla portata di tutti. Se non sono più indispensabili talento e tecnica, allora tutto è arte e chiunque è un artista.

La domanda è: è davvero così? si può veramente dire che tutto è arte?

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L’esclusiva al traguardo: critica e mercato.

Il discorso è enorme, tocca livelli diversi – filosofico, estetico, sociale. Ma voglio fare un’altra considerazione, e riguarda il valore di un’opera d’arte.

Nel caso di opere del passato, pochi si stupiscono se le quotazioni raggiungono livelli vertiginosi. Il record è stato battuto nel 2015: un’opera di Gauguin, Nafea faa ipoipo, è stata venduta per trecento milioni di dollari.

Potresti veramente immaginare quanto potrebbe valere la Monna Lisa di Leonardo, nell’ipotesi assurda che fosse in vendita? certamente supererebbe di ampia misura il prezzo pagato per Gauguin.

Opere di autori del ventesimo secolo, del tutto svincolate dal realismo, sono state anch’esse vendute contro prezzi elevati, anche se non così alti. Un esempio per tutti: centoquaranta milioni di dollari è il prezzo pagato per No. 5 di Jackson Pollock, un altro artista passato da uno stile figurativo a uno totalmente astratto.

Ma poi è successa ancora un’altra cosa.

Fin qui ho citato opere realizzate con l’idea di durare nel tempo. Dagli anni ’70 si è affermato un nuovo tipo di opera d’arte, l’installazione: volutamente effimera, costruita in modo da poter essere smontata, l’installazione è una forma d’arte che – secondo i suoi teorici – coinvolge il “fruitore” che entra a farne parte.

Quanto vale un’installazione?

Qui il discorso si fa ancora più complesso. Per semplicità si può dire che l’installazione, o più in generale l’opera d’arte contemporanea, vale tanto quanto si decide di farla valere.

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Chi decide il valore?

Esperti d’arte, critici, galleristi: il valore di un’opera d’arte, alla fine, è fissato da qualcuno che ha poco a che vedere con il venditore – l’artista – e il compratore, cioè con te.

Questo è uno dei motivi per cui molti concludono che “l’arte contemporanea è tutta una truffa”. Certo non è bene generalizzare in questo modo; però se devo difendermi in una causa in tribunale, scelgo un avvocato preparato ed esperto, che mi dà una buona probabilità di un risultato positivo, o mi affido al primo venuto, che afferma che “chiunque può fare l’avvocato”? E se devo farmi operare – ad esempio per un’appendicite – mi affido a un chirurgo esperto in una struttura ospedaliera affidabile, o lascio che a mettermi le mani addosso sia un cugino della mia vicina di casa, che dice di aver assistito a tanti interventi chirurgici in televisione?

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Ci sono attività nelle quali esperienza, preparazione e anche talento sono requisiti assoluti.

L’arte è un po’ una zona grigia (se vogliamo, possiamo precisare che stiamo parlando di arti figurative; ci sono altre arti nelle quali non è possibile fingere o improvvisare una tecnica che non si possiede, ad esempio non si può eseguire al pianoforte una sonata di Beethoven se non si è studiato parecchio).

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Arte ed esclusiva

Torniamo quindi all’argomento di questo articolo.

Il valore di un’opera d’arte non è limitato al prezzo che ti viene chiesto per acquistarla. Esso è molto di più: dipende dal piacere che avrai di ammirarla, di possederla. Sapere di avere qualcosa di unico, esclusivo e irripetibile: tuo, e di nessun altro.

Il talento dell’artista, la sua perizia tecnica, il processo creativo, i materiali più o meno preziosi usati nel creare l’opera – tutto ciò contribuisce a fare dell’opera un oggetto di pregio, uguale a nessun altro al mondo.

L’intenditore cerca qualcosa, di cui sarà il solo a godere. L’abilità dell’artista nel processo creativo, il messaggio che fa arrivare, l’emozione che suscita, offrono oggi questa opportunità a chi sa coglierla. Cerca uno stimolo per l’immaginazione, un sogno, un’esperienza: tutte cose che si aspetta di trovare in un’opera figurativa, ma anche in una non figurativa, che quindi deve essere facilmente intelligibile e interpretabile.

Ma se guardiamo a ciò che il mercato offre, troviamo che molti copiano gli stili altrui, pensando di cavalcare la tigre del successo del tale artista; non si concentrano nella ricerca di una propria impronta. Altri scelgono più semplicemente la strada della negazione, del “non”, del fare l’opposto di quello che fa il tale personaggio di successo. Questo perché appare una buona idea percorrere la strada opposta, senza però una motivazione personale profonda, senza aver esplorato le proprie capacità e ignorando il percorso creativo – ed emotivo – che dà senso e solidità alla scelta artistica dell’autore preso a modello. “L’artista X ha rappresentato la luce, io rappresento il buio”. Sì, ma perché?

L’arte figurativa è un medium eccezionale, che permette di stabilire un canale, un ponte di comunicazione tra l’artista, la sua visione del mondo, e il pubblico. Questo ponte è costruito sui pilastri dell’esperienza, del talento, e dell’emozione. Senza pilastri non può esistere il ponte, e senza il ponte non c’è comunicazione. L’opera risulta una vuota accozzaglia di segni incoerenti senza alcun valore.

Quando compri o commissioni un’opera d’arte esclusiva, ciò che vuoi è questo ponte, quest’emozione. La vuoi tutta per te, e vuoi che sia per sempre.

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